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Quello che Trastevere mostra da secoli senza che nessuno guardi

Roma

Quello che Trastevere mostra da secoli senza che nessuno guardi

Trastevere restò fuori dalle mura di Roma per secoli, e ancora oggi i suoi abitanti si sentono più trasteverini che romani.

Romani, ma fuori dalle mura

Quando Augusto organizzò Roma in quattordici regioni amministrative, verso il 7 a.C., Trastevere entrò nella mappa come Regio XIV, quella con il perimetro maggiore delle quattordici. Eppure rimase fuori dalle Mura Serviane, la prima grande cinta muraria della città, e fuori dal pomerium, il confine sacro che separava ciò che contava ufficialmente come Roma da ciò che non contava. Il quartiere non fu racchiuso dentro una cinta muraria fino a quando l'imperatore Aureliano non costruì la sua, tra il 270 e il 275 d.C. Intere generazioni di trasteverini vissero e morirono romani sulla carta, ma fuori da Roma nei fatti.

Un quartiere di porto, non di patrizi

Mentre le colline sull'altra sponda si riempivano di fori, templi e residenze patrizie, Trastevere cresceva intorno all'acqua: pescatori, marinai e scaricatori che scaricavano al Ripa Grande le merci che risalivano dal porto di Ostia. Già in epoca repubblicana era, soprattutto, un quartiere di lavoratori del fiume, non il luogo dove un romano con ambizioni politiche sceglieva di costruire la propria casa. Questa vocazione portuale e artigiana ne segnò il carattere per secoli: Trastevere fu, fin dall'inizio, il quartiere che faceva funzionare Roma, non quello che la rappresentava.

I primi stranieri di Roma

I primi ebrei di Roma si stabilirono a Trastevere nel II secolo a.C., come parte di un'ambasciata commerciale inviata dalla Giudea; nei secoli formarono qui una delle comunità ebraiche più antiche e continue di tutta la diaspora, molto prima che, nel 1555, il papato imponesse il trasferimento forzato nel Ghetto, sull'altra sponda. Il quartiere accolse anche mercanti, soldati e marinai siriani, che portarono con sé i propri dèi: sul versante del Gianicolo è stato scavato un santuario dedicato a Giove Eliopolitano, la principale divinità siriaca, con una prima fase risalente alla metà del I secolo d.C. e una ricostruzione datata tra il 176 e il 180 d.C.

Una lingua diversa da quella di fronte

Da quella mescolanza nacque, con i secoli, una variante propria della parlata romana: il trasteverino, con sfumature di pronuncia e vocabolario che un orecchio locale distingue ancora dal romanesco che si parla sull'altra sponda del fiume. La differenza non fu mai solo linguistica. Per generazioni, i trasteverini si sono considerati i romani più autentici, più «di Roma» degli stessi romani del centro, e ancora oggi c'è chi si presenta prima come trasteverino e solo dopo, semmai, come romano.

Noantri: noi, gli altri

Questo modo di marcare le distanze ha perfino un nome proprio: la Festa de Noantri, che ogni luglio riempie le piazze del quartiere di processioni e tavolate in strada. «Noantri» viene da noi altri, «noi, gli altri»: un nome che dichiara, senza giri di parole, che quelli di Trastevere formano un «noi» a parte rispetto al resto di Roma. La festa nacque nel 1535, quando alcuni pescatori trovarono alla foce del Tevere un'immagine della Vergine scolpita in legno di cedro, la Madonna Fiumarola, che da allora è la patrona del quartiere.

Niente di tutto questo è spiegato su una targa. Si nota in come parlano alcuni residenti più anziani, nella data in cui Trastevere fa festa ogni luglio e nel tracciato di un quartiere che Roma ha impiegato secoli a lasciar entrare del tutto. La prua di Trastevere percorre le sue strade con la stessa idea in mente: guardare da vicino quello che questo quartiere racconta da sempre, per chi si ferma a leggerlo.